Gian Luca Campagna - Giornalista e Scrittore! Si definisce "biromunito e computerizzato"


Oggi ho il piacere di ospitare Gian Luca Campagna, giornalista e scrittore. Ama definirsi " biromunito e computerizzato", dirige l’agenzia di comunicazione Omicron, organizza dal 2007 in provincia di Latina il festival del giallo e del noir Giallolatino. Pronti per un giro, in un "altrove letterario" come di lui?


Chi non conosce Gian Luca Campagna prima dei suoi esordi letterari, non sa che tu eri una promessa dell'atletica, e anche un barman provetto con spiccata attitudine alla preparazione di cocktail iperalcoolici, ed è giusto che il nostro pubblico lo sappia! Ti va di parlarci di Gian Luca Campagna prima dell' "altrove letterario"?

È sempre lo stesso, di sicuro prima era più ingenuo, oggi è invece ancora di più aperto alle relazioni e a condividere con gli sconosciuti il suo altrove letterario. Lo sport per me ha sempre avuto un grande significato, mi ha insegnato la disciplina e il sacrificio, applicandomi nell’atletica, fondamentalmente uno sport individuale (gareggiavo nei 100, 200 e 400 metri, ero un velocista puro), mi ha insegnato ad allenarmi in silenzio e a confrontarmi col maggiore degli avversari, sua maestà il tempo. In quel periodo mi pagavo gli studi universitari lavorando come barman, e da lì è nata anche la mia passione per i liquori, segno d’identità straordinario di popoli, usi e tradizioni differenti in ogni angolo del mondo. Quando mi chiedono perché scrivo rispondo che ‘scrivo e leggo per evitare il processo di analfabetismo di ritorno’, ma a l di là delle battute, nei miei romanzi c’è il Gian Luca di ieri e quello di oggi. Credo molto nella mission della narrativa, ancor più della saggistica e del giornalismo d’inchiesta. Partendo dall’assunto dell’utile vero e interessante di memoria manzoniana, ho maturato l’idea che un romanzo oggi debba denunciare le storture e le criticità della società attuale, facendo proprio il dogma brechtiano ‘Chi non conosce la verità è un ingenuo, ma chi la conosce e la chiama bugia è un delinquente’. In questo modo, attraverso il lavoro della denuncia, i lettori non potranno più dire ‘io non sapevo’ perché i protagonisti dei miei romanzi sono pervasi da senso d’inquietudine ma anche dallo stato del desiderio, e soprattutto sono tesi a una ricerca ontologica (oggettiva della Storia e soggettiva nelle piccole storie); ma la narrativa non può non considerare anche l’evasione, la battuta, il condurre il lettore in un altrove letterario unico, inesplorato, per ‘divertirlo’, su un sidecar a 200 kmh senza casco, senza cintura di sicurezza e soprattutto senza conoscere la meta finale. Il Gian Luca di ieri studiava la teoria, quello di oggi scrive. Tutto questo, ci si augura, per poi confezionare un romanzo attraverso un’autentica suggestione estetica, un equilibrio tra forma e contenuto, oltre che di originalità di stile.

Una delle tue opere "La tredicesima camera", composta da 13 racconti, è praticamente un voler sfatare il mito della "sfiga del numero 13"; partendo dalle stanze degli alberghi, dove solitamente si passa dalla stanza n. 12 alla 14, bypassando la 13. Ci sei riuscito, o sei ancora in trincea, riguardo questa credenza popolare?

Quell’antologia racchiudeva 13 racconti che omaggiavano alcuni clienti legati alla rivista Ego, che ho diretto dal 1999 al 2015. Non ho mai creduto alla sfiga e ai talismani per contrastarla, pur vivendo di emozioni provo a restare un uomo molto pratico. Le trincee come le paure sono fatte per essere vinte, da lì dobbiamo scrollarci di dosso le nostre rassicurazioni e camminare a testa alta, con entusiasmo e disciplina verso le colonne d’ercole, esplorarle, superarle e porre una nuova linea d’orizzonte da varcare a sua volta. All’infinito. Anche la narrativa è formata da limiti da superare, esistono delle gabbie che vanno scardinate, che sono prima dentro di noi. Se non si spezzano quei legami non potrai mai creare un ponte di collegamento spirituale ed emotivo con il lettore.


Con te parliamo di noir, di giallo inteso come genere letterario di suspense e tensione fino all'ultima parola, ma nei tuoi libri, oltre la storia e la cultura dei luoghi, ci sono gli aromi, i profumi, i colori, addirittura i sapori gastronomici, che danno colore ai racconti. Sono queste componenti a girare intorno al personaggio principale e alla sua storia, o è piuttosto il contrario?

Appassionato di gialli e misteri, sin dall’esordio narrativo avevo provato ad autodefinirmi autore noir, poi però il mio maestro Diego Zandel mi tirò le orecchie e disse che ero un romanziere e che non potevo colorare quello che scrivevo, perché bontà sua dice che i miei romanzi abbracciano tutti i colori delle tavolozze di un pittore ubriaco di vita. Però è vero che resto ancorato al noir, ma non inteso come genere letterario piuttosto come stato d’animo, come senso d’inquietudine per intenderci, anche se poi cerco di coniugarlo con lo stato del desiderio. Due colori dell’anima che ti rendono affamato e sognatore, anche se il momento dello spleen in parte domina. E queste altre due caratteristiche mi impongono quando creo delle scene in cui si muovono i personaggi di catapultarli in un altrove in cui anche il lettore deve essere condotto: inevitabilmente qui regna la sinestesia, la traduzione narrativa che abbraccia le diverse esperienze sensoriali. In questo il giornalismo gonzo di Hunter Thompson mi torna molto utile.


"Accesa discussione a Montevideo con l'inventore del tango, l'architetto Matos Rodriguez, che nel 1917 scrisse 'La cumparsita'. Poi, colto da elevazione spirituale ho scritto 'Esta noche me emborracho'."

Ogni autore o scrittore che si rispetti, normalmente ha degli "idoli" ai quali si rispecchia o fa implicito riferimento. Tu ne hai? Se si, quali sono? Oppure pensi che lasciandosi influenzare si perderebbe la propria identità, diventando magari delle belle copie?

Sono e resterò un onnivoro. Da ragazzo bruciavo fumetti come Mister No, Ken Parker e Dylan Dog e romanzi d’avventura di Jack London, Stevenson, Salgari e Verne, poi da adulto ecco che consumi anche i saggi, utilissimi quando devi scrivere un romanzo vero e non una storiella che ti esce con i conati della banalità, e soprattutto vado in overdose di quotidiani e periodici, che sono gli unici veicoli a farti capire come evolve il linguaggio, perché i giornalisti devono sapersi esprimere secondo il proprio tempo cercando di essere diretti e veloci, un aspetto questo basico per gli scrittori. Sugli autori preferiti ci vorrebbero due ore di intervista, anche se trovo irresistibili Albert Camus, Joe Lansdale, Jean Claude Izzo, Manolo Montalbàn, Luis Sepùlveda, che sono dei totem cui spesso mi genufletto, però per dirti tempo fa avevo cominciato a leggere un romanzo di Nicolò Ammaniti e l’avevo trovato bellissimo, struggente, unico, beh… smisi di leggerlo perché avevo paura che influenzasse il mio stile di scrittura, poi però l’ho ripreso, ma perché ormai convinto di avere un mio stile. Molti autori a volte fanno un errore fondamentale: scrivono come amanuensi disperati e non leggono, non viaggiano, si isolano, non amano il confronto. Fanno l’errore peggiore: hanno paura di lasciarsi influenzare dai propri simili, che sono quelli che poi leggono…


Tu hai scritto diversi romanzi, facendo anche degli excursus in altri "mondi" come il calcio giocato; quindi ognuno con una propria prerogativa, alzando ogni volta l'asticella della qualità (lasciamelo dire). Ecco, quale tra tutti, è quello che più senti che ti appartenga?

Il romanzo che amo di più è il prossimo che scriverò. L’ultimo, ‘Il profumo dell’ultimo tango’, mi sta dando enormi soddisfazioni, soprattutto perché è uscito con una piccola casa editrice ma è riuscito a sbrecciare sia all’estero che nelle università italiane. Ambientato sia nell’Argentina dei desaparecidos e delle Madres sia nell’Argentina di oggi, affronta la tematica della giustizia e del perdono, rivisitate in una chiave singolare, con l’aggiunta di un linguaggio senza recinzioni e di scene al limite del picaresco, poi il colpo di scena finale come una sberla in pieno volto ha probabilmente raggiunto il cuore dei lettori. Quel romanzo mi appartiene per la danza schizofrenica che unisce il filo sottile che tiene legati la vendetta, il perdono, la giustizia, tre elementi che sono vincolati tra di loro, sia nelle grandi tragedie della storia dell’umanità sia anche nei piccoli drammi borghesi e quotidiani che viviamo tutti quanti. E poi sono affezionato al protagonista, a Josè Cavalcanti, un ex giornalista oggi detective epicureo e anarchico, che ama la vita. E i fianchi delle donne.

Oltre a scrivere (cosa che ti riesce perfettamente), hai anche mille altre mani in pasta. Progetti nati e cresciuti gravitando sempre intorno al mondo letterario. Uno su tutti, "GialloLatino". Vuoi spiegarlo tu, gentilmente?

Il festival Giallolatino è nato 12 anni fa non solo per l’amore verso la letteratura di genere ma anche per amplificare le bellezze del patrimonio ambientale, architettonico e artistico del territorio pontino, che amo e che continua a esercitare su di me un’attrazione unica, anche se oggi con Latina, la mia città, nutro un rapporto molto conflittuale. Infatti amavo dire che era un premio di narrativa applicato al territorio oltre che una sana follia culturale. Nelle prime edizioni, gli scrittori venivano ospitati e scarrozzati per un weekend lungo gli itinerari più suggestivi e affascinanti del territorio pontino, poi scrivevano un racconto che andava a confluire in un’antologia che veniva distribuita un po’ dappertutto esaltando e facendo conoscere il nostro territorio. C’è un rimpianto, che la miopia di un politico locale ma che era molto in alto impedì che l’antologia potesse essere diffusa gratuitamente su canali privilegiati, tipo Trenitalia: pensate che bella promozione sarebbe stata per il territorio pontino. Col senno di poi quel festival, oggi completamente trasformato anche per la penuria di fondi, ha dato la possibilità a tanti grafomani del nostro territorio di scrivere, di confrontarsi, di crescere, di avere contatti, seppure molti sono rimasti affetti da iperprotagonismo provinciale, nanismo e, permettimelo, anche affetti da una forte dose di irriconoscenza.


Ora ti porto nel mio mondo, ovvero quello dei Social Network! Strumenti dai quali la comunicazione di questa nostra epoca non può prescindere. Noi social media manager creiamo strategie per fidelizzare gli utenti e convertirli in clienti finali. Ecco, partendo da questi presupposti, come è cambiato il mondo letterario con l'avvento dei social in larga scala? Nel senso, la possibilità di raggiungere un pubblico più ampio a velocità supersonica, è stato un valore aggiunto nel convertire il maggior numeri di utenti in lettori finali?

Facebook, o i social network, sono fondamentali per chi vuole farsi conoscere. Un autore che non ha santi in Paradiso ma nemmeno in Terra può utilizzare Facebook come strumento non soltanto per promuovere la sua opera ma anche per stringere contatti. Qualcosa che fino a non molto tempo fa appariva come una chimera. Allo stesso tempo, Facebook dà la chance a tanti cretini e cretine di stressare il resto che è sui social per comunicare in modo positivo, del resto in breve ha creato un opinion leader anche la famosa casalinga di Voghera.


"Il profumo dell'ultimo tango", la tua ultima creatura, un mix tra storia inventata e storia vera. Gli anni più bui dell'Argentina dei "desaparecidos" e delle Madri della Plaza de Mayo...Vuoi continuare tu?

Buenos Aires, giugno 1978. In nome dell’orrore l‘Argentina della junta militar si prepara al trionfo dei Mondiali di calcio, gli oppositori vengono prelevati dalle case e fatti sparire nel nulla. Sono i desaparecidos. Buenos Aires, giugno 2018, scompaiono altri ragazzi. Abbiamo quindi due piani temporali narrativi differenti come diversi son gli stai d’animo e i protagonisti, ma anche lo stile e i toni. Josè Cavalcanti, investigatore privato che trasforma nell’ora di pranzo il suo pied à terre in un’alcova per gourmet, è ingaggiato da una sua ex fiamma per ritrovare il figlio adolescente desaparecido. Nella cornice di notti etiliche, ritmate da tanghi malinconici, tra ufficiali in pensione, spie sempre in azione, magistrati politicizzati, prostitute sotto mentite spoglie, dottori della morte pentiti, operai senza futuro, immigrati italiani nostalgici, Cavalcanti scoprirà che i ragazzini scomparsi sono parenti dei sostenitori della junta militar. Ma chi li ha rapiti e perché? Qual è la sorte che li attende? In sella al suo sidecar Ural, con l’aiuto-chef Cholo e i dogo Clan & Destino, Cavalcanti scoprirà una verità tragica e amara…


Ci sarebbero mille cose di te, di cui parlare! Una vita vissuta intensamente, intrecciando rapporti umani con persone di ogni ceto sociale, di ogni appartenenza geografica o di età! Un'apertura mentale incredibile che chiunque voglia fare il tuo "mestiere" dovrebbe avere. Cosa ti senti di consigliare alle generazioni di giovani che vorrebbero scrivere ma che magari non hanno la "visual" giusta per iniziare?

Leggere, viaggiare, amare la vita. E confrontarsi sempre. Fino ad arrivare a interagire con gli ultimi in modo spontaneo.


Credo di averti stalkerato ben bene e quindi ti faccio la domanda di rito, che faccio a tutti i miei ospiti: i sogni per il futuro, di Gian Luca Campagna?

Non smettere mai di sognare.


Gian Luca Campagna

Paola Ciccarelli

#narrativa #comunicare #giornalismo #socialmedia


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